“Il banchetto” di L. Lercari – [Racconti dell’Alba]

Racconti dell’Alba

Nel salone aleggiava ancora il tintinnio dei bicchieri di cristallo. Era stata una giornata perfetta all’insegna della raffinatezza e del buon gusto. Le tovaglie di un salmone tenue erano impreziosite da piccoli ricami floreali e i piatti di porcellana erano perfettamente bianchi e smaglianti. I cibi offerti erano semplici solo all’apparenza, ma preparati con ingredienti estremamente freschi e ricercati. I centrotavola erano composti da piccole roselline tea, ma nessun fiore era bello e delicato come il bocciolo formato dalle labbra della giovane sposa.

Quando la donna aveva fatto il suo ingresso nella Cattedrale tutti erano ammutoliti davanti a tanta bellezza e sobrietà. Un candido velo, un vestito lungo e un poco stretto sul punto vita, ma nessun fronzolo inutile, nessun fiocchetto. Era la figlia del noto industriale le cui officine davano lavoro a tutta la regione e convolava a nozze col rampollo della più importante famiglia di notai del paese.

Il pranzo era stato consumato in un’atmosfera di allegria quieta, quasi mesta. I sorrisi erano stati molti, ma non v’erano stati chiasso, fragore o risate. La musica classica aveva accompagnato ogni boccone, ogni sguardo. Un matrimonio praticamente perfetto. Certo, gli sposi non si amavano, ma questo era un dettaglio di poco conto, come un piccolo neo sul volto di una dama del settecento.

I camerieri cominciarono a rassettare. Gli invitati erano stati composti e non c’erano residui di cibo a terra o coriandoli, petali o cartacce. Sembrava d’esser dentro una foto di qualche rotocalco piuttosto che nella vita reale. La sensazione di freddezza, di distacco, era lieve eppure persistente. I giovani sposi non si erano scambiati effusioni, baci o carezze. Avevano brindato, avevano gustato le pietanze, poi, a fine serata, erano rimasti seduti ad accogliere il saluto degli invitati.

La limousine che li attendeva fuori era ancora nel parcheggio e l’autista sonnecchiava leggermente. Si era appisolato con tranquillità perché i guardaspalle di servizio erano ben impettiti e fieri di fronte alla porta del lussuoso hotel quindi non c’era nulla da temere.

I “gorilla”, dal canto loro, erano stati avvisati che i novelli sposi avrebbero ritardato un po’ la loro uscita, cosa normale in tutti i matrimoni quella di sforare gli orari per imprevisti di varia natura.

Fu un inserviente a trovarli.

Lei era accasciata fra il water e la porta del bagno. Un fantoccio di seta senza vita, la faccia riversa sul petto, alcune pillole sbavate lungo il vestito, le mani guantate lorde di qualcosa di purpureo. Sullo specchio una scritta grassa di rossetto LA SCHIAVITU’ ma il resto era stato pasticciato e reso illeggibile.

Lui era seduto composto nel vestibolo, con la testa appoggiata al porta cappelli. Un colpo alla nuca dato con precisione. Sul volto quasi incrostato un lieve sorriso. Sulla parete bianca un urlo scarlatto: MAI TUA! Labbra che non potevano gridare avevano usato lo stesso rossetto.

Il profumo delicato della sposa permeava la stanza come una gelida carezza.

Linda Lercari

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