Il linguaggio in una guida turistica in 3 mosse

di Borgo Santipieri – 

Il titolo di questo articolo è assurdo, me ne rendo perfettamente conto, ma a volte l’ispirazione gioca tiri imparabili.

Non so se capita anche a voi – a me è capitato con una frequenza quasi ossessiva durante il lockdown – di prendere in mano qualche vecchia guida turistica e leggerla, così, come fosse un bel libro o un saggio. In questi giorni mi sono ritrovato a sfogliare avidamente una mia storica Lonely Planet su Londra, per me un vero e proprio feticcio per una lunghissima serie di motivi che non vale la pena sottolineare.

Il punto è che ho trovato molto più piacevole e emozionante quella lettura di molte delle storie che mi sono trovato ad affrontare ultimamente e, devo dire, non è la prima volta che questo accade. È forse la morte della fantasia? La cruda realtà che vince contro ogni guizzo d’inventiva?

Affatto, io credo.
È che occorre saper scrivere anche una guida turistica, saperla rendere, a proprio modo, un libro. Un compagno di viaggio giusto, infatti, non è solo sapiente e concreto: deve saper davvero tenere compagnia e rassicurarci in quei momenti in cui ci sentiamo persi nel mondo.

Ecco, ho scoperto di apprezzare in particolare tre elementi nelle mie Lonely Planet, e ho deciso di elencarli. Mi piace pensare, infatti, che quando si parla di scrittura e di miglioramento della propria penna, ogni contributo sia utile: anche confrontarsi con le prove e le riflessioni più astruse.
Dunque, perché non prendere a esempio ed esercizio anche una sdrucita, rovinata, strappata guida?

  1. La promessa. Chi scrive una Guida, si assume la responsabilità di scegliere e consigliare alcuni luoghi particolari, alcuni ristoranti, alcuni angoli. Finché si tratta delle attrazioni principali di una metropoli tutto è semplice, ma la vera sfida è il dettaglio. La capacità di promettere qualcosa di speciale, perché speciale è stato anche per se stessi, è insieme un piacere e una grande prova.
  2. La sintesi. Non datela per scontato: provate voi a descrivere Portobello Road inserendo anche le indicazioni per raggiungerlo, gli elementi salienti e qualche curiosità, il tutto in un francobollo e senza creare un illeggibile pastrocchio.
  3. L’abbandono. Si chiude un cerchio aperto con il primo punto: occorre eliminare. Occorre scegliere, elidere, annientare luoghi del cuore ma non fondamentali, emozioni enormi ma perdibili per i più. Non funziona così anche in un romanzo, cari scrittori?

 

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