Racconti dell’alba. “La Rossa” di Linda Lercari

Racconti dell’alba è uno spazio dedicato ad alcuni racconti selezionati da Italia Poetica. Uno spazio aperto di storie e sperimentazioni.

La Rossa
di Linda Lercari

Mi accarezzi dolcemente con quell’affetto antico e mai sopito che ci ha tenuto stretti per anni. La passione non si è mai spenta nonostante l’età non sia più verde, perché il fuoco brucia ancora nel tuo cuore. Sorridi.

Sì, sono sempre io, la tua rossa, la tua dama, ancella e compagna. Mio è il colore della vita e di tutto ciò che arde nel nome dell’amore per la libertà.

Mentre ti prendi cura di me con i gesti dell’amante esperto che sei diventato, sicuri e dal tocco lieve, ricordo il nostro primo incontro, gli occhi accesi di stupore, la gioia, la vampata di passione rossa, come me: un attimo e fui perduta.
Neppure un giorno ho rimpianto la vita trascorsa insieme: entrambi inesperti del mondo, non abbiamo avuto timore di fronte ad alcun pericolo. Uniti, avremmo superato ogni avversità.

Rossa ero e ti piacqui per questo, alta, svettante, quando ancora non riuscivi a domarmi: forse, anche per questo mi hai amata. Un ragazzino inesperto e timoroso, mi toccavi con mani ancora giovani e paffute, mi accompagnavi nell’aia del casolare. Galline, oche e Tobia, il tuo svogliatissimo cane, ci osservavano incuriositi mentre provavamo qualche timido passo insieme. Tuo padre ci aveva presentati e rimaneva in disparte, leggermente preoccupato di quel suo figlio maldestro e titubante e del suo perdersi per quella rossa, tanto pretenziosa.
Non permisi a nessuno di ridere di te. Rimasi salda e ferma mentre percorrevamo lentamente il selciato e calpestavamo la paglia. Ogni tuo passo era un invito alla corsa che accoglievo moltiplicando le forze e aggiungendo velocità: non davanti agli altri, non per causa mia saresti caduto.
Le gote arrossate e l’affanno, le risate di piacere e il sorriso soddisfatto dell’uomo burbero che mi aveva regalato a te furono il premio più bello. Il giovane amore era sbocciato, avrebbe poi dato frutti meravigliosi.

Il nostro percorso è stato di stradine sconnesse, pietre, rovinose cadute e sbucciature profonde. Ginocchia e mani riportavano spesso la prova di improvvise frenate o di bruschi cambiamenti del terreno, ma ho sempre cercato di accompagnare la passione, la forza e l’impeto senza che altri dovessero ridere del ragazzino che eri. Forse è vanto e vanagloria, ma mi sento in parte artefice e responsabile dell’uomo fiero e impavido che sei diventato.

Un litigio in famiglia e subito venivi a cercarmi. Via! Via verso il paese, verso il mare, verso la libertà. Diventavi uomo e la rossa non ti bastava più come unica compagna. Allora, amica, complice, mai gelosa del tuo esplorare altrove: ti accompagnavo dalle ragazze che ti piacevano, a volte me ne stavo in disparte senza riuscire a non osservarvi, oppure camminavo poco lontano da voi, badando bene che l’andatura fosse adeguata perché le ragazzine amano essere rincorse, ma anche raggiunte.

Guardo le mani forti e grandi. Sospiro. Quelle paffute del bambino presto divennero agili e nervose.

Mi strattonavi, mi stringevi convulsamente. Il vento sferzava la tua vita come fossimo stiletti di ghiaccio tirati da invisibili assassini, ma avevi la frenesia nel cuore e la fretta di arrivare. Presto, presto! Sempre più veloci verso la scuola, verso un amore estivo, verso i primi lavori stagionali.

Tutti salutavano il giovanotto e la sua rossa fiamma, eravamo noti al passaggio e un grido o un cenno sempre accompagnavano ogni spostamento. Tuo padre divenne fiero dei tuoi successi e l’orgoglio ti fece gonfiare il petto un po’ tronfio. Avessi potuto avrei fatto brillare il rosso cuore che batte solo per te, avessi potuto ti avrei accompagnato in capo al mondo.

Ti sei fermato. Mi guardi con occhi lucidi. Perché? Sono sempre stata qui, non ti ho mai abbandonato, non c’è motivo di tristezza, solo di gioia.

Forse ricordi quando mi lasciasti. Un paese lontano, un lavoro difficile.

Ingegnere ti chiamavano e si sa che gli ingegneri hanno compagne più piazzate, capaci di portare ben altri pesi, veloci, infaticabili e… Beone. Sì, so bene che hai avuto le tue storie, tradimenti con altre, rosse, scure, o pallidissime bianche tutte col difetto di bere oltre misura. Mai un goccio per me, mai un sorso di qualcosa, c’eravamo solo noi due, la tua energia e il mio cuore. Eppure hai scelto quelle dal bere facile, capaci di grandi e lunghi spostamenti solo grazie al potere del denaro e del bicchiere.

Quante ne hai avute? Non voglio saperlo, non è importante. Tornavi ogni estate e solo questo conta, null’altro. Visite sempre più rade, a volte neppure una passeggiata, ma sempre un tocco, una carezza, un saluto.
Lo stupore si dipinge sul volto. Capisco e ne sono compiaciuta. Anni e anni, ma non sono cambiata affatto. Sei sorpreso e affascinato quasi come il bimbo che sei stato perché sono sempre come ricordavi, bellissima e rossa di passione. Stringendo i denti ho aspettato con pazienza e non ho permesso al tempo di infierire.

Sono bastati pochi tocchi e qualche cura e eccomi ancora pronta nell’aia. Tobia che ci inseguiva per unirsi ai giochi e alle corse è stato amato e pianto, ma gli anni hanno poca pietà della carne – e tu lo sai – per questo adesso c’è un novello Toby, bastardino dal nome straniero, ma di nostrana simpatia.

Mi stringi con delicatezza e mi accompagni al centro in bella vista. Sono a puntino e pronta, ma ti fermi.

Silenzio.
Nel caldo quieto del meriggio ti vedo ancora bimbo, occhi chiusi e pugni stretti ad attendere la sorpresa. Impossibile! Sono passati quarant’anni e ti ritrovo ancora. Poi sento la voce grande alle mie spalle e lo strillo acuto di risposta. Capisco.

Tuo figlio mi afferra le gote si infiammano. Andiamo. Senza esitazioni, senza paura. Un amore che attraversa le generazioni. Affidalo a me, lo scorterò senza paura.

Sono stata la tua, ora sarò la sua bicicletta.

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